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Il caso M49 - Papillon e gli orsi in Trentino

L’uomo ha riportato gli orsi dove lui stesso ne aveva causato l’estinzione. La recente fuga di M49, ribattezzato Papillon e, prima ancora, il caso dell’orsa JJ4 hanno riacceso l’attenzione sulla questione degli orsi bruni in Trentino. Una vicenda in cui la naturale aspirazione alla libertà del singolo sembra scontrarsi con la necessità – vera o percepita - di garantire la sicurezza generale. Un’apparente contrapposizione che forse ci suona in qualche modo più familiare dopo il periodo di lockdown che abbiamo vissuto.


Ripercorriamo quindi la storia di Papillon e di come gli orsi sono tornati in Trentino cercando di capire in che modo sia possibile convivere in sicurezza con questi animali rispettando la loro natura selvatica.


Papillon, l’orso in fuga per la libertà


Quattro anni di età, duecento chili di peso, nato libero. Nel 2018 le autorità forestali lo catturano una prima volta per dotarlo di radiocollare e tracciarne i movimenti; viene rimesso in libertà. Nei mesi successivi vengono attribuiti a M49 alcuni episodi di predazione e danni materiali - senza danni a persone - e per questo a metà 2019 viene catturato. Dopo poche ore di prigionia riesce a scappare da un recinto elettrificato. Dieci mesi di libertà e a fine aprile 2020 M49 viene preso per la terza volta, castrato e rinchiuso nel recinto del centro faunistico del Casteller, a sud di Trento. Ma Papillon proprio non ci sta e nella notte del 27 luglio scappa di nuovo. Supera due barriere elettrificate, in un punto privo di telecamere, e “scivola” all’esterno. Ora i ranger trentini lo stanno cercando. I suoi spostamenti, come quelli degli altri orsi provvisti di radiocollare, sono comunque costantemente monitorati e visibili sul sito della Provincia di Trento.


Per l’abilità da lui mostrata nella fuga, il Ministro dell’Ambiente Costa lo ha ribattezzato Papillon, soprannome del fuggiasco francese Henri Charrière che, proclamandosi per tutta la vita innocente, tentò 9 volte la fuga in 13 anni di prigionia. Il Ministro si è sempre dichiarato contrario all’ordinanza di cattura emanata dalla Provincia di Trento dopo la fuga di M49.


Gli orsi in Trentino: dall’estinzione al progetto di reintroduzione, e ora?


Ora in Trentino gli orsi sono circa 80-90, ma nei primi anni Novanta erano praticamente estinti.


In passato presente su tutto l’arco alpino, la popolazione dell’orso bruno si è drasticamente ridotta nel Novecento a causa della caccia e del progressivo cambiamento dell’habitat: all’inizio degli anni Novanta se ne contavano ormai solo 3 esemplari maschi sulle montagne del Brenta, nel Trentino Occidentale.


Tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila il progetto Life Ursus, promosso dal Parco Naturale Adamello Brenta in collaborazione con Provincia di Trento e Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale - ISPRA e finanziato dall’Unione Europea, ha reintrodotto l’orso bruno in Trentino, a partire da una decina di esemplari dalla Slovenia.


Cosa prevede la legge in caso di “orsi problematici”?


Quattro anni dopo la conclusione del progetto di reintroduzione, un tavolo tecnico formato da Provincia Autonoma di Trento, Provincia autonoma di Bolzano, Regioni Friuli Venezia Giulia, Lombardia e Veneto, Ministero dell’Ambiente e ISPRA ha redatto il Piano d’Azione Interregionale per la Conservazione dell’Orso bruno sulle Alpi Centro-Orientali - PACOBACE, documento di riferimento per la gestione e la tutela degli orsi poi adottato dalle amministrazioni coinvolte e approvato dal Ministero nel novembre 2008.


Inizialmente il PACOBACE prevedeva la possibilità di catturare e abbattere gli orsi “problematici” solo in deroga e con finalità di prevenzione di gravi danni, a condizione che non esistano soluzioni alternative e che l’applicazione della deroga non pregiudichi la conservazione della popolazione.


Nel 2015, su iniziativa della Provincia di Trento, è stata introdotta una modifica al capitolo 3 del PACOBACE che amplia i casi in cui l’orso può essere considerato “problematico” e include la categoria “orso che provoca danni ripetutiti a patrimoni per il quale l’attivazione di misure di prevenzione e/o dissuasione risulta inattuabile o inefficace” tra quelle per le quali può essere consentita la cattura per captivazione permanente (cioè tenere l’orso rinchiuso a vita) e l’abbattimento, previa autorizzazione del Ministero. Secondo il WWF il PACOBACE andrebbe riportato alla versione originale per evitare la possibilità che un orso venga eliminato solo per essersi avvicinato ai paesi o perché difende i propri piccoli, limitando l’abbattimento ai soli casi in cui la vita umana viene messa concretamente in pericolo e non ci siano altre soluzioni praticabili.


Nella ricerca, complessa ma necessaria, di un equilibrio sostenibile nel rapporto uomo-natura, una terra dove vivono anche gli orsi non può esser considerata una terra qualsiasi. Una terra, il cui fascino "wild" è legato anche alla presenza di animali selvatici come l'orso bruno. Oltre al monitoraggio costante e alla prevenzione dei danni che gli orsi potrebbero causare alle cose e alle persone - attività che si sono fatte in questi anni – serve rafforzare le attività di educazione e sensibilizzazione alla convivenza rivolte alla popolazione e ai turisti, e rendere praticabili le soluzioni alternative alla captivazione che già esistono o individuarne di nuove.



Foto: archivio

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